A cura di Graziella Graziano
“Al fondaco, sopra Bronte, pranzammo nella scuderia, secondo l’uso del paese, in compagnia dei cavalli, delle mule, dei maiali, delle galline e dei cani, proprio un’arca di Noè. Ci si troverebbe davvero male in simili locande se non si avesse cura di portare con sé qualche provvista.”
Sfogliando qualche giorno fa un libro sulla storia postale in Sicilia, ho letto con curiosità la descrizione dei disagi che dovevano affrontare i corrieri per smistare la corrispondenza.

Etna
Questa curiosità mi ha portato a passare dai disagi affrontati dal corriere postale a quelli di un viaggiatore tout court.
Interessante a questo scopo è l’opera in 4 volumi dell’Abate Saint-Non “Viaggio pittoresco ovvero descrizione dei Regni di Napoli e di Sicilia”, pubblicato a Parigi tra il 1781 ed il 1786, che utilizza il diario di Dominique-Vivant Denon, il quale tra Aprile e Novembre del 1778 fu in Sicilia con al seguito i pittori Chatelet e Desprez e l’architetto Renard, per compiere quel viaggio, inteso come strumento di conoscenza ed educazione al cosmopolitismo, tanto caro all’Illuminismo.
Ecco una efficace e vivace descrizione del Vivant-Denon, nel momento in cui si appresta a lasciare Messina diretto a Catania utilizzando una lettiga e dei muli « la nostra carovana era composta da tre guardie, un bargello che comandava gli altri due campieri, armati;la guida, che fungeva da direttore delle salmerie, e un volante, che li serviva, appiedato; ad essi seguiva il gruppo dei pittori e degli architetti…. E per retroguardia un valido domestico. Tutti insieme, compresi i muli, costituivamo una troupe di diciannove esseri viventi ».
Per il viaggiatore del passato un luogo indispensabile era “u Funnacu”, che serviva per la sosta, il riposo ed il rifocillamento degli uomini e degli animali. Dislocati a giusta distanza lungo il tragitto, erano delle “stazioni di servizio” ante litteram. Vi venivano tenuti i cavalli del “cambio” per la diligenza che trasportava i viaggiatori ed erano soprattutto utile ai corrieri dell’epoca.
Ecco cosa scrive Houel, un altro viaggiatore del ‘700, nel suo libro – reportage “Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malta et de Lipari”, « al fondaco, sopra Bronte, pranzammo nella scuderia, secondo l’uso del paese, in compagnia dei cavalli, delle mule, dei maiali, delle galline e dei cani, proprio un’arca di Noè. Ci si troverebbe davvero male in simili locande se non si avesse cura di portare con sé qualche provvista ».
Ma non sempre era così, infatti Goethe mentre si riposa al fondaco Cubascrive «In un solitario albergo, vicino Molimenti, (Meliventris) dove prendemmo cibo per i cavalli, erano giunti anche due gentiluomini siciliani che attraversavano il paese per recarsi a Palermo in causa di un processo. Con sorpresa vedemmo queste due serie persone fermarsi davanti ad un simile gruppo di cardi, e tagliare con i loro affilati coltelli da tasca le parti superiori di queste alte piante, prendere colla punta delle dita questa preda spinosa, sbucciare il gambo e divorarne l’interno con piacere. Questo li occupò un certo tempo, mentre noi ci ristoravamo con buon pane e vino stavolta non annacquato ».

Fondaco Cuba
Il Fondaco Cuba, conosciuto dagli abitanti del luogo come ” ‘U funnucu a Cubba “, è di origine bizantina con rifacimenti arabi e normanni, appartenne anche al Principe Ignazio Biscari che, dopo il terremoto del 1693, lo fece restaurare. Situato a metà strada tra Catania ed Enna, lungo il percorso della règia trazzera che metteva in comunicazione i paesi dell’entroterra con i centri della parte orientale dell’Isola, si trova a pochi chilometri da Catenanuova, la cittadina edificata dal Principe Riggio di Aci Catena nella prima metà del 1700, al centro del suo feudo Meliventris. Il valore storico dell’edificio è dato non solo dalla sua funzione avuta nel corso dei secoli, ma anche dai personaggi illustri che qui vi hanno pernottato, ricordiamo, oltre al citato Goethe, anche nel 1713 il Re di Sicilia Vittorio Amedeo II di Savoia con la Regina Anna Maria d’Orleans e la sua corte.
Goethe rimase affascinato dal luogo, composto da sei vani a piano terra ed otto al primo piano con annesso cortile, cisterna, abbeveratoio e una grande stalla, ed ecco come lo descrive: « La entrata è rivolta ad est; formata da una massa di conci calcarei con nel mezzo un gran portone ad arco cinquecentesco, formato anch’esso di massi calcarei squadrati con l’arco e i pilastri in leggera avanzata dal muro laterale. Si entra in un vestibolo. Tanto a destra che a sinistra si aprono gli accessi ad un ambiente: quello di destra ha una grande volta ovale, fatta con grossi mattoni, su quella volta si erge tutto il fabbricato del piano superiore. Nel muro interno del vestibolo si apre di fronte al portone d’ingresso del fondaco un altro portone ad arco, per il quale si entra nel cuore del fondaco che si allunga per ben quaranta metri e si allarga per dieci metri, coperto da ampia ed alta tettoia sostenuta da pilastri eretti lungo il centro ».
Vorrei chiudere queste brevissimi considerazioni, citando nuovamente Goethe innamorato dell’Italia e della Sicilia in particolare, con queste parole: « L’Italia senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto. »
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